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Automazione dei processi aziendali: da dove iniziare

Introduzione

Classificare documenti, smistare richieste, inserire manualmente dati in sistemi differenti: in molte aziende una parte del lavoro quotidiano è ancora composta da attività ripetitive che assorbono tempo, generano attese e rendono più complessa la gestione di volumi elevati di pratiche, documenti e informazioni.

L’automazione dei processi può snellire queste attività riducendo i passaggi manuali, coordinando dati e sistemi e rendendo più fluido il flusso operativo. In questo articolo approfondiamo che cos’è l’automazione dei processi aziendali, quali benefici può portare e come individuare le aree su cui intervenire.

Cos’è l’automazione dei processi aziendali

L’automazione dei processi aziendali consiste nell’uso di tecnologie per eseguire e coordinare in modo automatico attività, scambi di dati e passaggi di un flusso operativo, riducendo il lavoro manuale e rendendo il processo più efficiente e controllabile.

Cosa può migliorare l’automazione in un processo aziendale

A seconda del problema affrontato, l’automazione può produrre effetti diversi, riconducibili a quattro aree principali.

  • Efficienza operativa: riduce il tempo assorbito dalle attività ripetitive e dagli interventi manuali, liberando risorse che possono essere dedicate ad attività a maggiore valore.
  • Scalabilità: consente di gestire volumi maggiori di pratiche, richieste o transazioni senza aumentare in modo proporzionale il carico di lavoro e le risorse necessarie.
  • Qualità e affidabilità: limita rilavorazioni, errori di trasferimento e passaggi ridondanti, rendendo più fluido lo scambio di informazioni tra sistemi e fasi del processo.
  • Visibilità e controllo: rende più semplice monitorare tempi, volumi ed eccezioni, individuare i punti che rallentano il flusso e verificare nel tempo i risultati ottenuti.

Rappresentano anche le dimensioni da cui partire per capire dove l’automazione può produrre un impatto concreto.

Analisi preliminare: individuare e comprendere i processi candidati

Il primo passo per implementare l’automazione dei processi è individuare le attività che presentano un reale potenziale di miglioramento. I segnali più evidenti emergono spesso nell’operatività quotidiana: compiti ripetitivi, passaggi manuali tra sistemi, controlli ricorrenti o volumi che richiedono un impegno crescente.

Una volta individuato un possibile ambito di intervento, è importante osservarlo nel contesto dell’intero workflow. Prendiamo la classificazione di un documento: da quale sistema arriva? Quali informazioni contiene? Dove devono essere registrati i dati estratti? Quale attività viene attivata successivamente? Quali casi richiedono una verifica?

La stessa logica vale per un’email, una pratica amministrativa, un aggiornamento CRM o l’elaborazione di un ordine. Analizzare il flusso end-to-end aiuta a capire dove intervenire, quali dipendenze considerare e se l’automazione risolve davvero l’inefficienza oppure la sposta in un altro punto del workflow. Per ricostruirlo è utile coinvolgere chi esegue il processo ogni giorno, perché conosce eccezioni e passaggi non documentati, e, quando i volumi lo giustificano, analizzare i log dei sistemi (process mining) per osservare il flusso reale, che spesso differisce da quello descritto nelle procedure. Se emergono passaggi ridondanti, conviene semplificarli prima di automatizzarli: automatizzare un processo inefficiente significa soltanto renderlo inefficiente più velocemente.

Selezione del processo da cui partire

Dopo aver individuato le attività che mostrano un maggiore potenziale di miglioramento, occorre comprendere quali prioritizzare. Per un primo progetto è preferibile scegliere un’attività rilevante, circoscritta e sufficientemente definita da poterne valutare fattibilità e risultati. Quattro riflessioni aiutano a restringere il campo.

Il volume giustifica l’intervento?
Un’attività frequente può assorbire molto tempo anche se ogni singola esecuzione richiede pochi minuti. Vanno quindi considerati frequenza, tempo impiegato, persone coinvolte e rilavorazioni: un’attività eseguita poche volte al mese resta una priorità bassa anche se singolarmente onerosa, mentre un’attività breve ma eseguita centinaia di volte può assorbire più risorse di quanto sembri a un primo sguardo.

La logica del flusso è chiara?
Più sono comprensibili passaggi, decisioni ed eccezioni, più è semplice individuare cosa automatizzare e con quale approccio. Quando il flusso è ancora poco definito, ricostruirlo con chiarezza è già un passo necessario del progetto, prima ancora di scegliere una tecnologia.

I dati sono disponibili?
Occorre verificare dove si trovano le informazioni necessarie, in quale formato e quanto sono accessibili. Qualità e disponibilità dei dati incidono direttamente sulla fattibilità: un’informazione che esiste ma è distribuita tra sistemi diversi o richiede passaggi manuali per essere recuperata può rendere il progetto più complesso di quanto sembri.

È possibile monitorare risultati ed eccezioni?
Per una prima iniziativa è utile scegliere un ambito in cui risultati ed eventuali eccezioni possano essere monitorati con chiarezza, mantenendo dove serve la supervisione umana, soprattutto nei passaggi più delicati o a maggiore impatto.

Un buon punto di partenza combina quindi impatto operativo, fattibilità e capacità di controllo.

Scelta della tecnologia di automazione dei processi più adatta

Una volta selezionato il processo, si può definire l’approccio tecnologico più coerente con la struttura del workflow, i sistemi coinvolti e il livello di variabilità delle attività. Gli approcci descritti di seguito non sono alternativi: nella maggior parte dei progetti vengono combinati.

  • Integrazioni applicative, API e componenti di orchestrazione: collegano sistemi, dati e applicazioni affinché possano scambiarsi informazioni e attivare azioni in modo coordinato. Sono utili quando il processo attraversa più strumenti e occorre evitare passaggi manuali tra un sistema e l’altro.
  • Workflow engine: gestiscono la sequenza delle attività di un processo, definendo regole, approvazioni, responsabilità ed eccezioni. Sono particolarmente utili nei flussi che coinvolgono più persone o più fasi operative.
  • Robotic Process Automation (RPA): automatizza attività ripetitive e basate su regole, replicando operazioni che una persona eseguirebbe su applicazioni e interfacce esistenti. Può essere utile soprattutto quando i sistemi non sono facilmente integrabili tramite API. Poiché lavora sulle interfacce, è però più sensibile alle loro modifiche e richiede manutenzione: quando un’integrazione via API è possibile, è in genere la scelta più robusta.
  • Intelligenza Artificiale: estende l’automazione nei passaggi che richiedono di interpretare, classificare o analizzare informazioni meno strutturate. Nello smistamento delle email, per esempio, una regola può gestire messaggi identificati da codici o campi definiti; quando invece l’instradamento dipende dal significato della richiesta, l’AI può interpretarne il contenuto e supportarne la classificazione. Poiché l’output di un modello è probabilistico, è buona pratica definire soglie di confidenza: sopra la soglia il caso procede in automatico, sotto viene indirizzato a una verifica umana.
  • Agenti AI: sistemi basati su modelli linguistici che, dato un obiettivo, pianificano ed eseguono più passaggi in autonomia, interrogando applicazioni e dati tramite API e strumenti dedicati. Sono indicati per attività articolate e variabili, come la gestione end-to-end di una richiesta, ma richiedono regole chiare su cosa possono fare, tracciabilità delle azioni e punti di controllo umano.

Quando l’AI entra stabilmente nell’operatività, diventa importante progettare sistemi AI integrati nei processi aziendali, collegati ai dati e alle applicazioni che alimentano il flusso di lavoro.

Integrazione dell’automazione nel workflow

Scelta la tecnologia, occorre inserire l’automazione nel flusso operativo esistente, progettando una corretta integrazione tra sistemi e applicazioni. L’automazione deve dialogare con applicazioni, sistemi e passaggi già in uso, evitando di creare soluzioni isolate.

Se, ad esempio, un sistema classifica una richiesta o estrae informazioni da un documento, il risultato deve alimentare correttamente l’attività successiva: aggiornare un gestionale, attivare un workflow, generare una notifica o avviare un controllo.
L’integrazione è quindi parte della progettazione del caso d’uso: input, elaborazione e output devono funzionare come componenti dello stesso processo.

Fanno parte della progettazione anche gli aspetti di governance: chi è responsabile dell’automazione una volta in produzione, come vengono tracciate le operazioni eseguite, come vengono trattati i dati personali nel rispetto del GDPR e, per le componenti di AI, quali requisiti derivano dall’AI Act. Un’automazione senza un responsabile e senza manutenzione tende a perdere efficacia nel tempo, man mano che cambiano sistemi, regole e dati.

Definizione dei KPI e misurazione dei risultati

Prima di avviare il progetto è necessario stabilire quale risultato si vuole ottenere e con quali KPI verrà misurato, idealmente riprendendo proprio le aree di beneficio individuate all’inizio: tempo, capacità operativa, qualità/affidabilità o controllo del flusso.

Il punto di partenza è una baseline, cioè una situazione di riferimento che consenta di confrontare il prima e il dopo. A seconda del caso, possono essere considerati tempi di gestione, volumi lavorati, attività manuale richiesta, rilavorazioni, rispetto degli SLA o numero di casi gestiti a parità di risorse. Nei progetti che utilizzano AI possono aggiungersi indicatori specifici, come l’accuratezza delle classificazioni, la qualità dell’output o la quota di casi che richiede una verifica.Conviene infine procedere per fasi: un progetto pilota su un perimetro limitato, con criteri di successo definiti in anticipo, permette di verificare i risultati rispetto alla baseline e di coinvolgere gradualmente le persone, prima di estendere l’automazione ad altri volumi o processi.

Dall’analisi al primo progetto di automazione

Quanto descritto in questo articolo è il percorso che consente di trasformare un’esigenza operativa in un primo progetto con obiettivi e perimetro chiari, ma quando il progetto prevede l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, diventa importante capire anche se l’azienda ha le condizioni per introdurla nei propri processi e portare il caso d’uso oltre la sperimentazione.

È il tema che abbiamo approfondito nel webinar “AI nelle imprese italiane: chi ci sta riuscendo, cosa ha fatto prima?”, in cui abbiamo visto come individuare le iniziative con maggiore potenziale, quali fattori incidono sul passaggio dalla sperimentazione alla produzione e quali condizioni verificare prima di investire in un progetto AI. L’obiettivo è concentrare risorse e attenzione sui casi d’uso più sostenibili e con maggiori possibilità di generare risultati operativi.

Se stai valutando come introdurre l’AI nei processi aziendali e vuoi capire da dove partire, guarda il webinar.

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